Capitolo III: Davanti ai buoi


 

 

Segantini: Alla stanga
Segantini "Alla stanga"

 

Parliamo della Ca’ di F..

Quando andai a lavorare fuori per la prima volta. Mi presero per andare a dar da mangiare e a guidare le mucche e i buoi, quando aravano.

Uno stava davanti a guidarli e uno, un uomo, teneva l’aratro.
Si cominciava alle due della mattina e si proseguiva sino all’una (undici ore).
Ad arare c’erano mucche e buoi, perché non tutti avevano le bestie sufficienti e allora si mettevano due mucche e due buoi di due poderi, erano tiri da otto e davanti c’era un bambino che li guidava perché andassero dritti.

Si cominciava alle due, ma non sempre si arava nel campo vicino: un giorno si arava a casa e un giorno si arava negli altri poderi e quindi ci si doveva alzare un’ora prima perché c’era anche il viaggio.
Era buio, ma era più fresco.
Dopo un certo tempo le mucche avevano sete e mettevano fuori la lingua. Allora bisognava tornare dentro, alle volte si tornava anche alle 11 e mezzo.
Era luglio, era caldo, era dopo la mietitura.
Si arava luglio e tutto agosto.

Non c’era un momento di riposo. Non per me.
Quando si veniva a casa, il biolc (=bifolco), l’uomo, dava da mangiare alle bestie e faceva altri lavori nella stalla.
Io invece alle undici andavo a prendere l’acqua con il barum, un bastone ricurvo che avevano i bambini per portare i secchi.
Era un bastone gobbo per andare a prendere l’acqua con un secchio a destra e uno a sinistra. Si portavano due bidoncini da 12 chili l’uno.
Io ho una gran forza perché sin da piccola l’ho coltivata.

Sapete cosa succedeva, poi, quando io andavo a prendere l’acqua?
Mi dicevano:
Tu non avere fretta quando arrivi, arrivi”.
Una volta, mi ricordo, che avevo riempito i bidoni e dovevo passare il fosso e persi l’equilibrio e i bidoni si rovesciarono e dovetti ritornare indietro a riempirli.
Piangendo tornai indietro, perché dovevo portare l’acqua, non potevo portare i secchi vuoti, lo vedevano.
il barum
Poi portata l’acqua in casa dovevo andare dal casaro che abitava al di là della valle.
Si andava giù poi su in salita, erano molti chilometri. Ci mettevo due ore a piedi.
Prima dell’una non tornavo. Quando ritornavo a casa mangiavo un po’ di minestra, fredda, lasciata nel tegame in mezzo alla cenere per star calda; dopo andavo a raccogliere la foglia per i conigli.

Avevamo il latte, quando il casaro aveva fatto la forma, faceva la ricotta e rimaneva il siero che lo davano ai maiali, perché i contadini avevano le mucche e i maiali a metà con il padrone.


Al maiale non veniva sempre dato il grano, veniva dato il siero, si andava a prenderlo dal casaro e veniva unito ad altre cose, avanzi, frutta. I maiali mangiavano vari tipi di mangiare e mangiavano anche l’erba. I contadini tenevano un bidone nel quale raccoglievano tutto quello che potevano dare ai maiali e poi aggiungevano crusca per fare un pastone.
Il modo di allevare i maiali era diverso a secondo del podere, alcuni li tenevano liberi, altri in un recinto perché non rovinassero i campi, questo dipendeva da come uno aveva i campi.

Il casaro a volte mi dava il chiusolo. Si assomiglia, come pasta, alla mozzarella, ma ha un altro sapore. Quando facevano la forma, una parte rimaneva attorno al tegame e quella filava ed era buonissima e la mangiavano.
Il casaro a volte mi dava il chiusolo, a volte anche la ricotta.

Dopo l’una, dopo aver portato il siero e l’acqua, facevo la sfoglia, sfoia, con la farina e le uova. Dopo  mangiato si riordinava, nel pomeriggio si andava a far la foglia per gli animali, conigli, galline.

Lavoravo molto, ma mangiavo: è più sfortunato quel povero diavolo di quel ragazzo che per vivere è costretto a vendere la droga. E poi quello è obbligato.

Io ieri sera ho visto la televisione, sono andata a letto alle 11 e mezza, ho visto tutto.

Perché...abbiamo 4 o 5 capoccioni che vogliono arrivare più in alto di noi ....avete visto Porta a Porta?
Hanno parlato di torture....di camera fredda e di camera calda, .....c’era Santoro.

Durante la guerra era così. Hanno parlato di un ragazzo, un pastore, che hanno torturato. Era un pastore e conosceva i curdi.... I turchi lo hanno preso su perché dicevano che aiutava i partigiani. ….Fascisti e partigiani…come nella guerra partigiana in Italia.
E pensare che nel 2000 ci siano ancora quelle torture lì! se si pensa che ci sono delle persone che lo fanno per divertirsi. E’ la guerra Ma se uno deve arrivare a quel punto... La guerra tira fuori quello che c’è di cattivo negli uomini.

Io ho passata la guerra e me la ricordo proprio bene. Però io sono stata fortunata, non ho mai visto un morto, solo un tedesco ferito, che lo medicavano sdraiato sulla tavola di cucina.
Sì, ho avuto la questione di mio marito, ma quella è una storia diversa, si sa per la vecchiaia, perché poi… Ho sempre il terrore che quando le cose vanno bene cambino...

Delle grandi cose poi,....abbiamo sofferto tanto ma siamo sempre saltati fuori, mangiavi male, avevamo poco, ma un pezzo di pane lo avevi, il pane c’era, pane ed acqua.

Prendevamo l’acqua in fondo al fiume. E non avevamo niente, neanche il latte delle mucche del nonno.

Quando cambiammo casa, dopo la morte di mia sorella con la scarlattina, avevamo vicino a casa un pozzo per tutte le case.
Dicevano che era acqua “viva”. Era raccolta dai tetti, dal cielo, dalla neve sciolta. Quando era caldo faceva i vermi rossi (era “viva”) e per berla la colavamo con il colino e uno straccio. Poi sul fondo del pozzo si metteva la calce viva, per pulirlo.

Mia madre ci aveva insegnato che non dovevamo chiedere niente a nessuno.
Mi ricordo che la nonna ci portava la bottiglia del vein cin , mai quello buono, quello invece che aveva fatto i fioretti.

Io di una cosa me ne sono avuta a male. Ero dalla nonna e aveva fatto la ricotta, guardate bene ero piccola e me lo ricordo. In casa c’era la zia che era a servizio lì in casa e la nonna la portava così, e l’ha sempre portata così, lei poi ne aveva solo due di figli…era stata brava…
Fece la ricotta e tolse prima al tuson e lo mise in una tazza e poi fece la ricotta ed io dicevo fra me “se lo desse a me quello lì”, io l’avrei mangiato volentieri .
Prese via la ricotta e sotto c’era il siero chiaro chiaro sotto alla ricotta, sembra acqua e sotto rimane un po’ di qualcosa.
Allora prende il fondo e lo mette nella tazza.
Arrivò mia cugina in casa e prese la tazza.
Io se fossi stata nella nonna avrei rimescolato tutto quello che era nella tazza e l’avrei dato a tutte e due. Invece dà la tazza con il tuson denso a quell’altra e a me dà il siero bello chiaro:
Vut quast con un psztein ed pein?”
No, me na lo voi mega quast
Aloura te tan’è brisa faim
Avevo fame ma non lo avrei mai mangiato. Avevo 11 anni ma avevo del carattere.
L’era la mujer ed mi noon…

Quando andai a servizio proprio ero una ragazzina di 12 anni.
Là da quei contadini stavo bene, mi facevano lavorare come una bestia..., ma la signora mi voleva bene, la azdoura mi voleva bene.
Andavo a letto con lei e mi diceva ...dorm bain.

Molte volte si alzava lei a guidare le bestie e mi lasciava a letto sino alle tre e mezzo, quattro e stava lei davanti ai buoi e diceva con le altre donne che stavano a casa: “Quando tocca a voi, chiamate la cinna a stare davanti alle bestie, che voi dovete preparare la colazione
Mi voleva bene, ma si lavorava tanto, si finiva quando si andava a letto, quando era buio.
Si lavorava sempre, da un giorno all’altro, ma si mangiava. Si mangiava tre volte al giorno: colazione,pranzo e cena.

Alla mattina alle due quando si andava ad arare non si mangiava. Si faceva colazione al mattino sulle otto.
Quando si andava via, all’una della mattina, per andare ad arare lontano da casa il biolc prendeva due bottiglie di vino piccolo dolce e me ne dava due dita con un pezzo di pane perché mi svegliassi. Era dolce, mi sentivo bene .
Lui stava dietro seduto sull’aratro e fischiettava ed io davanti alle bestie mi addormentavo.
C’era una luna grandissima. Lui era seduto e fischiettava, lui era già sveglio, perché era alzato dalle undici, perché aveva dato da mangiare alle bestie e le aveva preparate. A lui un po’ di vino faceva bene a quell’ora.

aratura


Una volta mi svegliai alle otto, che avevano già fatto colazione, ero sotto un filare di vigna...Si vede che mi ero addormentata, ero caduta dal sonno. Infatti mi svegliai distesa sotto il filare, si vede che dove eravamo andati io ero caduta e poi mi ero addormentata. Davanti alle bestie c’era con me la padrona e mi aveva lasciato dormire.

Invece da mio zio non mi addormentavo mica in piedi. Una mattina mi scapparono le mucche dal solco e mi arrivò un mattone di terra nella nuca e sentii una serie di bestemmie....e la zia fece schioccare la frusta perché mi svegliassi.
Lo zio era figlio del nonno!
La prima volta che sono andata a lavorare da mio zio ero più giovane, avevo 10 anni, erano i primi tempi che andavo fuori da casa.
Io sono sempre stata meglio dagli altri, che dai parenti.
Dallo zio dormivo con sua sorella, la zia, che stava in casa con il fratello e la cognata. Tra me e la zia ci sono sei anni, se io ne avevo 11 lei ne aveva 17. Lei poi, quando io andai a servizio, andò via, andò a studiare da levatrice.
Era quella zia che mi diceva di guardare la strada, di camminarle dietro e di non chiamarla “zia”. Si vergognava, lei era sempre tutta elegante.

Quando quello zio sposò questa donna che aveva la dote di 20.000 lire. al nonno dissero :
“Compriamo un poderino su a P. tutti assieme
ma la dote non bastava e il nonno andò a scavare due bottiglie e gli dette altri soldi.

Dopo diventarono democristiani: avevano qualcosa.
Tanto i democristiani hanno rubato tutto, ma hanno rubato anche gli altri...!

Allora loro andarono a comprare questo podere .

Quando sono andata a servizio da quei contadini, i primi che mi presero a servizio pagando, mi raccontavano.
La zia, che aveva sposata, era di quel paese lì e la conoscevano bene:
“Va là Checco l’ha spusè la Mariena, ma la Mariena l’aveva sol ventmella franc, va là clietarl ventmella li ha dè so pedar”

Il nonno aveva 8 figli, ma dette solo al figlio più piccolo dei soldi e fece studiare la Lucia, la più piccola.
Poi ha intestato tutto al figlio più piccolo, così che gli altri fratelli non hanno più potuto dir niente: lui aveva sposato una che aveva dei soldi.
E’ sempre stato così.

Ma mi è andata fatta bene: non sono morta di fame, mi è andata fatta bene perché non sono rimasta sotto le bombe durante la guerra, mi è andata fatta bene perché quando ero a servizio dai R. in città mi sono difesa….
Ma vi sembra possibile che tutta la vita uno si debba difendere dagli altri?

Ero a servizio da questi contadini lassù e mia madre, la mentalità retriva poveretta… Ero da questa vecchia che mi voleva bene . Mi davano 300 lire all’anno ultimamente e da mangiare, da bere, da dormire.
Non sono mica molte trecento lire all’anno, non sono mica molte.

Per le ferie mio padre mi disse:
Vieni con me che andiamo dalla zia Fonsa a Z. a salutarla
In bicicletta ci prendemmo da lassù al paese sin giù in fondo alla valle.
Quando arriviamo la zia mi dice:
Vieni ben qui da noi, ti diamo cinquecento lire” e io dissi di si, erano duecento lire in più e mi potevo prendere la bicicletta. 

Quando vado a casa dico con mia madre:
Io vado... Sapete mamma che io vado dalla zia a servizio”
“Te vè a sarvezzi d’lla zia?”
“Me, se ...”

Mia madre non era d’accordo perché diceva che se io andavo giù non sarei più tornata.
“ Sì, tu non vai laggiù. Perché ci vai per fare quello che ti pare
C’era anche la nonna a casa mia quando disse così la mamma.
La mamma non poté darmi dietro.
Presi un pezzo di pane e dissi
Per fare quel che mi pare, lo posso fare anche qui, sapete
E’ stata una brutta risposta che non dovevo dire, allora lei mi buttò dietro un pezzo di pane e mi disse:
“Guarda quello è l’uscio per fuori, mai più per dentro”

Io ero a servizio da quei contadini lassù, ero andata a casa per trovarla, i miei vestiti, i miei quattro stracci erano là e dissi:
Ma io ci vado lo stesso”

Io andai via e, finito il mese dove ero, andai dalla zia a servizio, dove stetti tre mesi prima di tornare a casa, sin che lei non mi mandò a chiamare. Perché io le avevo risposto.

Dalla zia prendevo di più. Ma mi trovavo meglio lassù perché la signora lassù mi voleva bene come una figlia, mi disse anche che se stavo lassù mi faceva il corredo, ma c’erano due spose: una era buona, ma l’altra era di una tircisia...
Mi vestivano, mi davano cento lire, il primo anno niente, il secondo anno cento lire e se mi prendevo i vestiti non mi rimaneva niente. 

Un giorno che c’era la festa a settembre e lei le piaceva di far vedere: mi fece una berretta all’uncinetto e poi mi portò alla fiera e mi comprò un vestitino e delle scarpe, tutto.
“ Però ti comprerei anche la borsa, ma non ho i soldi per quella
Andai tutto il tempo dell’estate, quando loro dormivano, a raccogliere il grano rimasto a terra, spigler, e lei me lo comprò per darlo alle galline.
Misi insieme due lire e cinquanta, ma la borsa costava tre lire e nessuno mi dette gli altri dieci soldi e così rimasi senza la borsetta. Dovevo andare senza la borsa. 

Un'altra volta andiamo al mercato e guardiamo ai giubbini perché la festa era a settembre, erano grandi con i bottoni d’oro. Una giacchettina rossa costava cinque lire e ce ne era uno che costava tre lire e mezzo ma era più brutto. giacchettina
Lei disse:
Senti moh...”
“Voi prendete quello che volete, a me mi piacciono tutti e due
” non potevo dire io,... e lei mi prese il più bello.

Quando fummo a casa e la sposa griccia disse:
“Potevate spendere un po’ meno per il giubbino” e lei rispose
“Perché non se l’è guadagnato?”

Me l‘ero guadagnato un giubbino da cinque franchi e, pensando come avevo lavorato, lei, stava setacciando la farina, si mise a piangere, dicendo:
“Ah! Non sono padrona di pagarle un giubbino?”

Quando dissi che andavo via e mi disse che se rimanevo mi faceva il corredo, io dissi:
Se ci foste solo voi e la Vanna io ci starei. Ma se per caso voi morite, la Rita a me non dà niente”

 


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